L’interesse per il valore dell’aggiunta dell’acido grasso omega-3 (n-3) per il trattamento dell’ADHD rimane elevato. Nessuna precedente meta-analisi ha esaminato se l’ADHD è associato con alterazioni nei livelli lipidici nel sangue e meta-analisi sull’integrazione hanno raggiunto conclusioni conflittuali.

Il fatto che l’ADHD può essere correlato ad un’inadeguata disponibilità di acidi grassi omega-3, dai notevoli benefici, e che questo può essere migliorato mediante l’integrazione dietetica, ha suscitato una crescita di interesse a causa della crescente consapevolezza del ruolo dell’alimentazione sullo sviluppo neurale e sull’ADHD stesso.

Inoltre, l’importanza degli acidi grassi polinsaturi a catena lunga (LC-PUFAs), in particolare acidi grassi a catena lunga omega-3, è stata evidenziata come un’area promettente di interesse sulla ricerca per la salute fisica e mentale.

È sempre più riconosciuto che, come altri disturbi mentali, l’ADHD, pur ereditario, è probabilmente un prodotto di interazione di genetica e di stress ambientali, di cui l’alimentazione può essere una componente. Tuttavia, studi e meta-analisi recenti hanno raggiunto conclusioni conflittuali per quanto riguarda l’integrazione di omega-3.

Gli acidi grassi polinsaturi (PUFA) esistono in due classi: omega-3 (n-3) e omega-6 (n-6) e gli esseri umani non possono sintetizzarli. Una volta ingeriti, i PUFA a catena corta vengono convertiti in acidi grassi a catena lunga (LC-PUFAs); la salute e lo sviluppo ottimali richiedono un equilibrato rapporto tra n-3 e n-6, ma la tipica dieta occidentale offre una quota molto maggiore di n-6 rispetto a n-3, spesso con conseguente squilibrio e in un insufficiente n-3. Dunque è di maggior interesse la qualità n-3.

Riportiamo due meta-analisi

La prima meta-analisi ha esaminato i livelli ematici di acidi grassi omega-3 in relazione all’ADHD. La seconda meta-analisi ha esaminato un campione più ampio di studi di intervento randomizzati rispetto a quella precedentemente riportata.

La prima meta-analisi ha incluso 9 studi (campione = 586) e ha riscontrato un basso livello complessivo di omega-3 nel sangue dei soggetti con ADHD rispetto ai controlli.

La seconda meta-analisi ha incluso 16 studi (campione = 1408) e ha scoperto che l’integrazione n-3 ha migliorato i sintomi di ADHD. L’integrazione ha mostrato effetti positivi sull’iperattività nel rapporto con il genitore e con l’insegnante, ma effetti affidabili per la disattenzione solo nel rapporto con il genitore.

I livelli di omega-3 sono ridotti nei bambini con ADHD

Studi sull’omega-3 e omega-6 e la sindrome da deficit d’attenzione

L’integrazione dietetica sembra creare modesti miglioramenti dei sintomi. Ci sono prove sufficienti per considerare gli acidi grassi omega-3 come un possibile integratore di terapie giù stabilite. Tuttavia, non è chiaro se tale intervento dovrebbe essere limitato a bambini con livelli inferiori al normale di sangue. In conclusione, l’effetto complessivo dell’integrazione, pur apparentemente reale, è comunque abbastanza piccolo.

Tuttavia, può contribuire alle opzioni di trattamento dato la sua bassa incidenza di effetti collaterali. Inoltre, i timori del consumatore circa gli effetti collaterali a lungo termine sconosciuti (o noti effetti collaterali immediati) dei farmaci stimolanti o non stimolanti per l’ADHD possono rendere l’integrazione alimentare un’alternativa a coloro che non desiderano o non sono in grado di utilizzare questi farmaci. Infine, questo piccolo effetto può mascherare gli effetti più grandi per alcuni

Pertanto, pur trovando un effetto statisticamente affidabile, la piccola dimensione di effetto ci porta a dire coerentemente con altri studi (Gilles, 2012) che non esistono prove sufficienti per raccomandare gli acidi grassi omega-3 in alternativa ai trattamenti farmacologici e comportamentali empiricamente supportati per la maggior parte dei bambini.

Tuttavia, la presenza di un effetto affidabile anche se piccolo e il profilo di effetto secondario lieve ci porta anche a suggerire, (come Sonuga-Barke et al. ,2013 e Bloch e Qawasmi, 2011), che ci sono prove sufficienti per giustificare l’uso di acidi grassi omega-3, dai notevoli benefici, per l’ADHD come integrazione ad altre terapie empiricamente supportate.

Ad ogni modo, questa raccomandazione è resa piuttosto prudente in considerazione della restante incertezza circa l’efficacia dell’intervento e della qualità del gruppo di controllo negli studi esaminati, la maggior parte dei quali non comprendeva prove formali sull’efficacia.

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